Assemblea provinciale PD, la rassegna stampa

Se a Roma domani l’assemblea nazionale deciderà se a febbraio il Pd andrà a congresso e verosimilmente proseguirà la resa dei conti post-referendum, il Pd trentino prova a serrare le fila e a uscire meno ammaccato possibile dalla sconfitta referendaria.
"Trentino", 17 dicembre 2016

 

Nel suo intervento ieri sera in assemblea il segretario Italo Gilmozzi è partito proprio da un’analisi della vittoria del no, che a suo avviso ha tre motivazioni: «C’è chi non era convito della riforma, chi - anche nel Pd - voleva mandare a casa Renzi, e infine chi ha manifestato un disagio sociale che va affrontato». «Se i più poveri e chi non ha speranza ha votato no - ammette il segretario - significa che il Pd fatica a parlare con questa parte di Paese».

Tema su cui insiste anche la minoranza interna, che ha insistito sul fatto di «mettersi alle spalle la drammatica frattura che ha diviso il Pd», invocando esplicitamente «una gestione unitaria del partito» e un rilancio che passa per un partito più territoriale, che riesce a coinvolgere circoli e amministratori locali, che ricerca un’unità nel confronto democratico. «Il partito non è solo il segretaro, tutti si assumano le proprie responsabilità, a partire da chi sta nelle istituzioni», replica Gilmozzi. Che sull’ipotesi di allargare la segreteria (nominata da poche settimane) dice: «Non è un dogma».

Il segretario è tornato anche sulle regole interne dopo la spaccatura al referendum: «Le idee diverse possono convivere se rispettose dei deliberati del partito. Dorigatti lo è è stato, vedo più problematico che a pochi giorni dal voto un’assessora (Violetta Plotegher, ndr) si schieri esplicitamente contro la giunta che si è schierata per il sì», chiosa Gilmozzi. Soddisfazione del segretario per l’archiviazione da parte della Corte dei conti del procedimento sulle consulenze sui vitalizi che aveva coinvolto l’ex ufficio di presidenza regionale di cui faceva parte il consigliere Mattia Civico.

 

Pd, clima da resa dei conti dopo il voto, S. Voltolini, "Corriere del Trentino", 18 dicembre 2016

 

«Bisogna ricostruire il partito valorizzando tutte le risorse che ci sono». L’intervento di Luca Zeni, uno dei pochi «mediatori» della maggioranza interna, è rimasto inascoltato durante l’assemblea provinciale. Ma non è tutto. Il timido tentativo del segretario Italo Gilmozzi per una maggiore condivisione è terminato con una «doppia offensiva» dei suoi sostenitori, non certo all’insegna della pacificazione. Durante l’assise la presidente Donata Borgonovo Re ha proposto di ridare il ruolo di capogruppo provinciale a Mattia Civico, la cui posizione nella vicenda dei vitalizi è stata archiviata, togliendolo a Alessio Manica, che è della minoranza. Elisabetta Bozzarelli, leader della mozione minoritaria e coordinatrice a Trento, è stata contestata nella riunione di ieri dell’organismo cittadino. Critici tra gli altri Pasquale Mormile e Michele Brugnara. Si è discusso dell’ipotesi di un prossimo rinnovo dei circoli locali.

La sconfitta del sì nel referendum costituzionale sembra aver innescato, irrimediabilmente, un clima da resa dei conti all’interno del Pd locale, alla stregua di quello nazionale. Nonostante il buon auspicio della vigilia, l’assemblea provinciale di venerdì non è riuscita a stemperare la tensione. L’area di Bozzarelli ha ritenuto insufficienti le parole di Gilmozzi, che nell’analizzare gli errori del Pd trentino («Siamo stati lontani dalla gente che soffre», ha detto) non avrebbe detto parole chiare sulla «cogestione unitaria». La minoranza ha quindi presentato un documento sull’unitarietà. Il segretario, assieme ad altri della sua mozione, l’ha ritenuto una fuga in avanti. Alla fine, il testo è stato ritirato dai promotori e rinviato.

In mezzo il dibattito è stato segnato dallo scambio di accuse tra chi era favorevole al sì e i contrari. I primi hanno mosso il rimprovero per lo scarso impegno riscontrato nei gazebo pro riforma. Elisa Filippi ha elencato le oltre cento iniziative per il sì. Michele Nicoletti circa la riforma ha parlato di un passaggio «grave», in cui una parte del partito non ha compreso l’entità della posta in gioco. Per il deputato «nel Pd occorre chiarirsi, se si vuole un partito assemblearista» oppure un soggetto che marcia «assieme» sulle decisioni prese. Luigi Olivieri è stato tra i più severi verso la minoranza, arrivando a parlare di codice etico. «È evidente che ci sono due partiti nel Pd e che uno non ha compreso l’innovazione istituzionale connessa alla riforma. Non si può andare avanti così. Serve un chiarimento. Altrimenti al referendum sul Jobs act il partito imploderà». Di fronte a chi ha definito il documento «una provocazione», esponenti della minoranza hanno provato a abbassare i toni. Tommaso Iori lo ha definito «una proposta di lavoro, per valorizzare le differenze». Zeni, Giuliano Muzio e Marina Taffara hanno provato a ricucire, senza successo.

A giochi fatti, Gilmozzi smussa le asperità: «Non vedo spaccature. C’è la disponibilità di tutti a lavorare assieme. Ragioneremo sul documento della minoranza». La contrapposizione però si è spostata nella riunione del coordinamento di Trento. Secondo le voci di maggioranza, è emerso allo scoperto «il malcontento» presente da tempo per il referendum e l’operato della responsabile.


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