«Se vince il sì istituzioni più efficienti. Avremo una democrazia che decide»

Votare «no», dopodomani, significa consegnare il paese a quelle forze che in Trentino «lisciano il pelo all’autonomia», salvo poi denigrarla nel resto d’Italia. Alessandro Olivi, da questo punto di vista, è preoccupato.
E. Ferro, "Corriere del Trentino", 2 dicembre 2016

 

L’assessore allo sviluppo economico e vicepresidente della Provincia, pur nella consapevolezza di non trovarsi di fronte a un «modello perfetto», è convinto della bontà della riforma Renzi-Boschi: «Promuove una democrazia in funzione decidente» dice.

Perché, dunque, vota «sì»?

«Perché credo che l’Italia debba assolutamente riuscire a compiere un passo verso una fase in cui l’efficienza delle istituzioni, la responsabilità dei decisori politici e la semplificazione dell’assetto istituzionale siano gli elementi decisivi per rendere il paese più moderno. Per passare da una democrazia volutamente blindata a una in funzione decidente».

C’è invece chi teme che con questa riforma gli spazi di democrazia si riducano.

«La qualità della democrazia non può dipendere dall’esistenza di due rami del Parlamento che sostanzialmente fanno la stessa cosa. Non fosse così, coloro che scrissero la Costituzione non si sarebbero posti già allora il problema della semplificazione dell’assetto parlamentare e del superamento del bicameralismo paritario. Stabilire che un solo ramo del Parlamento dia la fiducia al governo non significa ridurre la democrazia, ma renderla più efficiente».

Il nuovo Senato, tuttavia, sarebbe composto da membri non eletti dal popolo e «part time». Cosa ne pensa?

«Condivido l’idea che ci sia un luogo costituzionalmente riconosciuto dove le istanze e i problemi delle comunità locali trovino rappresentanza. Certo, non credo che la riforma sia un modello perfetto da difendere a spada tratta: pur apprezzando il modo in cui, nel nuovo Senato, i territori e non i partiti saranno rappresentati, credo ci sia bisogno di attuare alcune delle bozze di proposta che hanno accompagnato il dibattito. Il cittadino deve essere messo in condizione di potersi esprimere al momento del voto sapendo che la persona candidata, se eletta, andrà a rappresentare il territorio».

A proposito di dibattito, non crede che la campagna referendaria abbia oltrepassato i limiti?

«È sicuramente uscita dall’alveo di un esame nel merito e di un approccio ragionato. Si parla di tutto, dalla sanità che non funziona ai migranti che vengono a toglierci spazi, diritti e lavoro. Il sentimento è quello di un voto contro lo status quo, ma votare “no” al referendum vuol dire riconoscere che non c’è bisogno di cambiare nulla e conservare l’assetto esistente».

Tuttavia se la discussione ha preso tale piega lo si deve a Matteo Renzi e alla sua personalizzazione del referendum.

«Certo. Ha spostato molto il dibattito sul governo e il suo futuro, alimentando da parte dell’eterogeneo fronte del no una campagna contro il premier. Ma quando si affrontano temi così delicati non si può dare un giudizio sul governo. L’approccio è irragionevole, è quello di uno scontro politico che pensa ai vantaggi del 5 dicembre e non a quelli delle generazioni future».

In caso di vittoria del «no» ed eventuali dimissioni di Renzi, in che termini pensa si potrebbe instaurare il rapporto fra il Trentino e un nuovo governo?

«È chiaro che se il “sì” non dovesse prevalere Renzi non sia intenzionato a far finta di nulla, credo ci sarà per forza un qualche elemento di discontinuità. Da questo punto di vista sono molto preoccupato per un eventuale successo del “no”, perché significherebbe dare in mano il pallino politico a tutte quelle forze che quando vengono in Trentino lisciano il pelo all’autonomia e poi nel resto d’Italia sostengono che la riforma, fra i tanti vizi che ha, contiene anche quello di non aver abolito regioni a statuto speciale e province autonome. A parte esporre a maggiori rischi di omologazione il nostro rapporto con lo Stato, tuttavia, credo non cambierà nulla: l’autonomia riusciremo a custodirla e a promuoverla solo facendo bene il nostro dovere, non conservando lo status quo ma con il cambiamento e l’innovazione».

 


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