PD, congresso unitario?

Il vicepresidente della giunta Alessandro Olivi resta ufficialmente «in fase di riflessione» ma nel suo partito tutti leggono il suo attivismo di questi giorni, e le sue proposte sul futuro del Pd, come il preludio a una sua discesa in campo al congresso di maggio.
C. Bert, "Trentino", 28 gennaio 2016

Le sue dichiarazioni - in cui ha richiamato i Dem a un maggior protagonismo e all’unità per ambire a conquistare la leadership della Provincia persa alle primarie 2013 - erano un test per sondare la condivisione sul suo nome, il risultato è questo: gruppo provinciale in frenata, preoccupato per i riflessi sulla giunta (da cui Olivi dovrebbe dimettersi perché lo statuto Pd prevede l’incompatibilità con la carica di segretario), apertura da Mattia Civico, uno dei leader della minoranza interna e da sempre vicino all’ex assessora Donata Borgonovo Re (fin qui tra i più papabili per la corsa alla segreteria). I maligni non mancano di far notare che Civico - preferenze alla mano - sarebbe in pole per subentrare a Olivi in giunta. E di totogiunta si parla dentro e fuori dal partito.

«Apprezzo lo sforzo del vicepresidente Olivi - spiega Mattia Civico - nessuno penso abbia voglia di uno scontro fratricida fine a se stesso. Ma un congresso unitario può essere tale solo se basato su delle verità condivise e che riguardano ineludibilmente la linea politica del partito, il progetto e la visione per il Trentino, le priorità che vogliamo darci. Sono lieto se rispetto al passato si riconoscono gli errori che evidentemente ci sono stati e se ora si vuole guardare avanti insieme. Mi sembrerebbe un atteggiamento responsabile».

Ma Civico avverte: «Il congresso unitario, se unitario sarà, deve essere il segno di un grande coraggio e non di un calcolo basato sulla paura di un confronto. Se è invece utile confrontare sensibilità e visioni, non si abbia paura. Abbiamo il tempo per un dialogo serio, mai stato indisponibile. Sia chiaro - è la postilla - che la priorità non sono i destini personali».

Di destini della giunta parla la consigliera Lucia Maestri: «Concordo con Olivi quando avverte il Pd deve ritrovare unità per dare più peso alla sua azione politica. Ma la carica di vicepresidente non è nella disponibilità del singolo, deriva da un percorso politico. Olivi è stato il nostro capolista, il più votato con oltre 13 mila preferenze, e indirizza la linea del Pd. Se si dimettesse si perderebbe un elemento fondamentale del nostro governo». Senza contare che questo avverrebbe dopo che dalla giunta è già stata silurata Borgonovo Re, la più votata dopo Olivi. Pesa le parole il presidente del consiglio Bruno Dorigatti: «Non possiamo mettere in fibrillazione la giunta e la coalizione».

Il capogruppo Alessio Manica riflette: «Alessandro è una delle principali risorse del Pd ma sulle sue eventuali dimissioni serve una riflessione collettiva. Concordo sulla necessità di recuperare una condivisione per sviluppare una proposta forte e ambire ad avere la leadership nel 2018, ma immaginare un candidato unico al congresso mi sembrerebbe contraddittorio. Il Pd paga dall’inizio visioni differenti, occorre chiarirci. Se in nome dell’unità si rinviasse questo confronto, i nodi riesploderebbero il giorno dopo».

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Da diversi anni, il centrosinistra trentino non era così inquieto. Mentre nel Pd si verificano le condizioni di un congresso unitario che sani la divisione che si trascina dalla fondazione dell 2008, nell’Upt si cerca di riprendersi dallo scossone dato da Lorenzo Dellai al congresso. La speranza, sempre più flebile, è che possa tornare sui suoi passi. «Io — dice Tiziano Mellarini — un segnale l’ho già dato e sono pronto a darne altri». 
Fino a poco tempo fa, l’unica «certezza» nel Pd era che Donata Borgonovo Re, dopo la defenestrazione dalla giunta, fosse intenzionata a correre per la segreteria. Questo ha dato alla maggioranza del partito un obiettivo comune: evitare che l’ex assessora diventi segretaria. Un compito non facile vista l’oggettiva fatica di trovare un candidato condiviso tra i veti incrociati. Qualcuno, allora, ha cominciato a tirare per la giacchetta il vicepresidente Alessandro Olivi, figura capace di attrarre consensi trasversali da parte della «sinistra» come da parte dei «renziani». Non è escluso, però, che se Olivi decidesse di dimettersi dalla giunta per fare il segretario, lo scontro con la «minoranza» Demo possa essere evitato. Lo fa capire Mattia Civico. «Serve chiarezza e coraggio. Dobbiamo imbastire in tempi brevissimi una conferenza programmatica in cui capire se sussistono le condizioni per un congresso unitario, anche passando da un’autocritica circa il passato. Se queste condizioni non ci fossero, allora si andrà a un confronto che non deve essere per forza uno scontro fratricida». Una delle condizioni evocate da Civico, alla base di quelle programmatiche, non può che essere il reciproco riconoscimento delle due componenti. Tradotto: Olivi potrebbe fare il segretario, ma i Demo dovrebbero essere promossi dall’intero partito per altri ruoli, in primis quello assessorile che già per numero di voti spetterebbe a Civico stesso. 
Intanto, nell’Upt, si cerca di contenere i danni. «Io — chiarisce il neosegretario Mellarini — non ho mai parlati di Casa dei Trentini». Almeno per il momento, dunque, il corteggiamento del Patt non pare avere successo. L’idea è di rimanere fermi e dare segnali di apertura a Dellai e ai suoi, che sabato scorso se ne sono andati sbattendo la porta. Per ora, dall’area del Cantiere sono arrivati solo i ricorsi ai garanti, ma Mellarini non pare dare ancora per persa la partita. «Ho già detto che per me il cantiere a Trento può rimanere, mi pare un segnale di apertura». Altri potrebbero arrivarne nella composizione degli organi del partito, ma nel frattempo Dellai lavora a livello nazionale a Democrazia solidale cercando soggetti locali che si federino con il neonato partito. Chi lo conosce dice che ben difficilmente tornerà indietro. Il teatro in cui si deciderà la definitiva separazione, o una faticosa convivenza è quello del Comune di Trento. Mellarini, infatti, non pare intenzionato a forzare la mano sul rimpasto. Non subito almeno. 


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