Il Trentino accoglierà ventinove siriani. Corridoio umanitario evitando i barconi

Un vero e proprio corridoio umanitario da Libano, Marocco ed Etiopia all’Italia. C’è anche il Trentino tra i protagonisti di quest’iniziativa: 29 profughi per la prima volta arriveranno in provincia senza dover passare per viaggi della speranza e della disperazione. Un ordine del giorno in merito firmato da Mattia Civico è stato sottoscritto anche dalle minoranze, con l’eccezione di Lega Nord e Forza Italia.
T. Scarpetta, "Corriere del Trentino", 17 dicembre 2015

 

Il progetto è stato realizzato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia e dalla Comunità di Sant'Egidio. Un canale dedicato, un’iniziativa pilota per dare speranza alle persone in fuga. Autorizzati, a completare il quadro, un numero determinato di visti «per motivi umanitari»

C’è anche il Trentino tra quanti parteciperanno all’attivazione del primo vero corridoio umanitario verso l’Italia da Libano, Marocco ed Etiopia. Saranno 29 i profughi che, per la prima volta, arriveranno in provincia senza dover passare dai tragici viaggi della disperazione che hanno già causato la morte di migliaia di bambini, donne e uomini. Con l’eccezione di Lega Nord e Forza Italia, le altre forze di opposizione hanno sottoscritto l’ordine del giorno presentato in tal senso da Mattia Civico (Pd). I nuovi ospiti arriveranno a fine gennaio e saranno ospitati in alloggi messi a disposizione dalla diocesi di Trento. 

Il progetto è partito grazie alla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) e alla Comunità di Sant’Egidio. L’idea, di fronte alle stragi del Mediterraneo, era di aprire nei paesi da cui partono i migranti un canale dedicato, per ottenere visti per motivi umanitari. 
Si tratta di un progetto pilota, una novità per l’Italia e un possibile modello per l’intera Europa. Un migliaio, in questa fase, le persone interessate. La base giuridica dell’iniziativa si fonda sul Codice comunitario dei visti, vale a dire la possibilità di concedere visti con validità territoriale limitata, in deroga alle condizioni di ingresso previste in via ordinaria dal codice frontiere Schengen, «per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali». 

Il Trentino farà la sua piccola parte accogliendo 29 persone, di cui 18 minori (14 con meno di 7 anni), che potranno sperare di rifarsi una vita lontano dalla guerra senza rischiare la vita in mare. Si tratta di profughi fuggiti quattro anni fa in Libano dalla città di Homs (nella foto), in Siria. Da tre anni sono seguiti da volontari trentini. Sono rimasti nel campo profughi creato sul confine con la speranza di poter un giorno rientrare nella loro città ridotta ormai un cumulo di macerie. «A fine luglio però — spiega Civico — il Libano ha di fatto sospeso i permessi di soggiorno creando così circa 1 milione e mezzo di profughi che hanno cominciato ad avventurarsi in mare con i gommoni». L’ordine del giorno che sarà approvato oggi dal consiglio provinciale ha una valenza politica, più che amministrativa. «Non era strettamente necessario — ricorda Civico —, ma è giusto che tutti possano condividere l’orgoglio per l’impegno dei nostri volontari». 
Tra le firme, anche quella del capogruppo di Civica Trentina, Rodolfo Borga, non esattamente tenero nei confronti dei migranti. «Ho firmato perché queste sono persone che hanno a lungo cercato di ritornare a casa propria, senza riuscirci perché la loro città, come molti altre realtà della Siria, è in mano a bande di tagliagole che da tempo spadroneggiano, purtroppo anche grazie all’appoggio di Stati come gli Usa, la Turchia, o l’Arabia Saudita. Si tratta — continua Borga — di persone che conosciamo, perché da anni ormai seguite da volontari trentini e di famiglie». 

 

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Per 30 siriani la «salvezza» in Trentino, C. Bert, "Trentino", 17 dicembre 2015

Per trenta profughi siriani la salvezza si chiamerà Trentino. Sono sette famiglie imparentate tra loro, 18 sono bambini, 14 hanno meno di sette anni, l’ultimo è nato due settimane fa: sono scappati insieme da Homs, città rasa al suolo dalla guerra civile, quella guerra che insieme alle case si è portata via anche la loro vita di prima.

Da quattro anni vivono nel campo profughi di Tel Abbas, all’estremo nord del Libano, a quattro chilometri dal confine con la Siria. Si imbarcheranno probabilmente a fine gennaio, su un aereo in partenza da Beirut, destinazione Italia. Non dovranno salire sulle carrette del mare, affrontare un viaggio di paura e di pericoli che per molti loro connazionali è diventato un viaggio di morte, nelle acque tra la Turchia e la Grecia, in cerca di un futuro lontano dal loro Paese in guerra. Un accordo, annunciato ieri a Roma tra il governo italiano, la Comunità di Sant’Egidio e la Chiesa valdese, ha consentito l’apertura di «corridoi umanitari» verso l’Italia da Libano, Marocco e Etiopia.

Un progetto pilota che è una novità assoluta per il nostro Paese e che eviterà per la prima volta ai profughi di rischiare la loro vita nei viaggi della disperazione. In tutto saranno 150 le persone ad ottenere questo tipo di protezione: saranno accolte in Piemonte e in Emilia Romagna. A Trento, dove saranno ospitati in strutture messe a disposizione dalla Diocesi, arriveranno i trenta siriani del piccolo campo libanese, dove da tre anni un gruppo di volontari, i corpi civili di pace dell’Operazione Colomba, vive con loro nelle tende di nylon. E tra i volontari ci sono anche volontari trentini (Marta Matassoni di Rovereto, e poi Maria, Corrado, Silvia) che con queste famiglie siriane hanno costruito un legame fatto di condivisione, affetto, speranza. Lo scorso giugno, e poi ancora a novembre, ha trascorso due settimane con loro anche il consigliere provinciale del Pd Mattia Civico, che è stato tra i promotori del corridoio umanitario. Oggi, nel dibattito in aula sulla legge di stabilità, sarà discusso un suo ordine del giorno che impegna la giunta a sostenere il progetto: una mozione bipartisan, che ha ottenuto le firme di tutti i capigruppo (esclusi Lega Nord e Forza Italia).

«C’è un pezzo di Trentino che ha fatto un investimento generoso che non è solo un gesto privato - spiega Civico - su questo ci siamo sintonizzati, a prescindere dalle posizioni politiche». Condivide il vicepresidente del consiglio Walter Viola (Progetto Trentino): «È un segnale di attenzione umana e istituzionale che va oltre il grido del giorno per giorno e che prova ad andare oltre le paure». La paura dei profughi, del diverso che non conosciamo e che ancora in questi ultimi giorni ha visto il paese di Cloz, in val di Non, dire no, noi non li vogliamo. I 30 profughi siriani di Tel Abbas arriveranno con il timbro dell’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati che da anni li assiste. Ma lo scorso luglio - racconta il consigliere Civico - la situazione in Libano è arrivata al collasso. È un Paese di 4 milioni di abitanti che ospita 1,5 milioni di profughi. Il governo ha interrotto i permessi di soggiorno, in tanti hanno cominciato ad imbarcarsi di notte dal porto di Tripoli per raggiungere le coste della Turchia e, da lì, dell’Europa. Insieme a chi partiva arrivavano le notizie dei dispersi. E dei morti. Chi prima pensava solo a ritornare a casa, appena finita la guerra, ha capito che l’unica speranza era scappare anche dal Libano. In Trentino arriveranno Badia, la madre capostipite di questa grande famiglia, che ha solo 50 anni ma è già una delle tante vedove di guerra. E con lei ci saranno i suoi figli, e i figli dei suoi figli. Come Rami, 27 anni, sua moglie e il piccolo Hattumi, che è nato poco più di un anno fa, e nella vita ha conosciuto solo il campo profughi di Tel Abbas. 

 

LEGGI IL TESTO DELL'ORDINE DEL GIORNO a firma MATTIA CIVICO e firmato dai capigruppo di maggioranza –cons. Alessio Manica (PD), cons. Gianpiero Passamani (UPT), cons. Lorenzo Baratter (Patt), cons Giuseppe Detomas (UAL)- e di minoranza –cons. Walter Viola (PT), cons. Marino Simoni (PT), cons. Degasperi Filippo (M5S), cons. Fasanelli Massimo (Gruppo Misto), cons. Nerio Giovanazzi (Amministrare il Trentino)

Qui di seguito il testo.

I profughi nel mondo, secondo l’ultimo rapporto dell’UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, sono quasi 60 milioni. Sono numeri che fanno certamente rabbrividire, soprattutto se ci si concentra sul fatto che questi numeri corrispondono a persone in carne ed ossa, che hanno subito la violenza della guerra, che hanno perso tutto e che sono in fuga. Spesso sono intere famiglie, con figli e anziani al seguito. Spesso la loro fuga dura per anni e finisce in qualche campo profughi nei paesi vicini o sul filo spinato di qualche confine o sulle nostre spiagge, dopo aver affrontato la roulette del viaggio in mare.

A nord del Libano, nella regione dell’Akkar, a quattro chilometri dal confine siriano, c’è un piccolo campo profughi dove vivono da quattro anni sette famiglie, molte tra loro imparentate o con un legame di amicizia precedente. Sono scappate insieme da Homs, la città al di là del confine rasa al suolo dalla guerra. Rasa al suolo anche casa loro. Sono trenta persone, di cui diciotto bambini, quattordici sotto i sette anni. Alcuni di loro sono nati nel campo. L’ultimo due settimane fa.

Vivono in tende di nylon, che non proteggono dal gelo d’inverno e aumentano il caldo d’estate. In questi anni Aburabia, il capo famiglia, ha costruito una piccola scuola, dove a turno con altri volontari, insegna ai bambini del campo a leggere e a scrivere. Coltivano ortaggi nel terreno circostante. Dal campo escono raramente, per paura. Tutto intorno li fa percepire indesiderati.

Sono assistiti dalle Nazioni Unite, registrati e conosciuti dall’UNHCR, ma ora in Libano la situazione è arrivata al collasso: il Paese accoglie in questo momento quasi un milione e mezzo di profughi siriani, su un totale di 4 milioni di abitanti.

Molti profughi dei campi vicini hanno iniziato ad imbarcarsi di notte dal porto di Tripoli, verso le coste della Turchia. Arrivano notizie di dispersi in mare.

Da tre anni un gruppo di volontari, i corpi civili di pace dell’Operazione Colomba (Associazione Papa Giovanni XXIII), vive con loro al campo di Tel Abbas. Hanno costruito la loro tenda in mezzo alla loro e condividono la medesima sorte. Fra loro anche volontari trentini.

Questi volontari sono stati in questi anni un segnale di speranza che certamente ha dato loro la forza di sopportare questa estrema condizione e soprattutto ha impedito fino ad oggi che prevalesse la disperazione: hanno dunque per ora resistito alla tentazione di prendere la via del mare.

Il 15 dicembre il Governo italiano ha sottoscritto un accordo con la Comunità di Sant’Egidio e la Chiesa Valdese al fine di aprire un canale umanitario straordinario, il primo in assoluto, e mettere in protezione immediata un gruppo di famiglie di profughi siriani fra le quali anche quelle di cui in questa premessa.Considerato il legame e la profonda conoscenza che i volontari trentini hanno maturato in questi anni di intervento in Libano, al fine di dare continuità ad un rapporto tra comunità oltre che tra persone e al fine di supportare la sperimentazione di una nuova via, più sicura per tutti, di protezione dei profughi

il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento impegna la Giunta provinciale

A sostenere il progetto di apertura del canale umanitario con il Libano, al fine di mettere in protezione il gruppo di famiglie di cui in premessa.

 

 


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