Il Pd «riparte» dalla nuova Europa

«La nuova Europa riparte da te»: titolo «quasi ingenuo, ma sfidante» spiega Elisa Filippi in apertura della due giorni di riflessione proposta dall'associazione TrentinoEuropa, di cui è presidente, assieme al dipartimento formazione del Partito democratico. Due giorni di convegno, ieri e oggi, al Centro S. Chiara per dare un messaggio: «È necessario ricostruire e ridare un senso al progetto europeo e il contributo deve partire da ciascuno di noi».
"L'Adige", 13 settembre 2015


Un segnale di vita. Così come il Patt che apre tavoli sui temi caldi del momento, il Pd trentino «rilancia» l'idea di Europa, declinandola nei diversi aspetti: istituzionale (con il confronto sulla Macroregione alpina, vedi pezzo sotto), economico, geopolitico (Mediterraneo e politiche di accoglienza). Un modo per sporcarsi le mani con la storia e tentare, come partito, di far capire che, oltre la dimensione acchiappa-voti in tempo di elezioni e gli scontri attorno alla segreteria, ci sono anche i contenuti. E che di questi dovrebbe nutrirsi e occuparsi la politica.


Tocca al politologo Sergio Fabbrini, direttore della School of Government della Luiss, dire che l'Europa, con questa architettura istituzionale non regge più, non ha futuro. che la «degenerazione» va fermata. Che, per farlo, serve «ritornare alla politica, a Degasperi, al pessimismo dell'analisi e all'ottimismo della ragione». L'analisi di Fabbrini è impietosa. Analizza, prima, come - dagli anni '52-'57, quando nasce l'Europa intesa come patto per la pace, alla nascita dell'Euro, ai trattati di Mastricht e di Lisbona - si sia arrivati alla crisi del modello costruito sul compromesso tra la Francia e la Germania riunificata. Quel modello si è basato su un compromesso istituzionale, tra prospettiva sovranazianale e intergovernativa, ma anche su un compromesso tra Eurozona e Paesi (su tutti la Gran Bretagna) autorizzati a starsene fuori, e su un terzo compromesso, economico, tra centralizzazione della politica monetaria (con la Banca centrale europea) e decentralizzazione delle politiche economiche, fiscali e di bilancio. È che oggi, con la crisi finanziaria - spiega Fabbrini - equilibri e compromessi sono saltati: «Sempre più decide il Consiglio dei capi di Stato, non la Commissione europea. E dentro il Consiglio europeo, per peso economico e politico, chi si impone è la Germania. Non si possono avere una moneta unica e diciannove politiche economiche». Non fosse chiaro a sufficienza, il politologo lo ripete: «Il problema non è l'Euro, ma la natura intergovernativa e tecnocratica dell'Eurozona. La logica ordoliberale della Germania è oggi irrealistica. Il Governo italiano dovrebbe alzare la voce. Renzi e Hollande dovrebbero dire assieme: non si può andare avanti così. Sulla crisi della Grecia non può decidere Berlino!».

E, allora, che fare? «Si deve puntare ad un'Unione federale» propone Fabbrini «non ad uno Stato federale per cui non ci sono le condizioni. Una Unione federale, che mantenga le diversità linguistiche, religiose, culturali, con una base costituzionale, perché ci tiene sì insieme la cultura, ma soprattutto la politica. Una Unione sempre più stretta tra i Paesi dell'Eurozona, separata dagli altri Paesi che fanno parte del mercato comune. L'Italia potrebbe proporre, nel 2017, anniversario dei trattati del '57, una riforma, con una conferenza a Roma». 

 

 


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