Robol: il PD torni tra la gente

Un ragionamento che serve un po' per dire «l'avevo detto». Ma soprattutto per dire che è ora di cominciare a ricostruire. Riportando l'azione del Pd più vicina ai cittadini e guardando senza snobbismi al mondo delle civiche. Non per fermare un'ondata in cui non crede. Ma per valorizzare risorse. 
C. Zomer, "L'Adige", 26 maggio 2015


Segretario, la verità. Ha fatto campagna elettorale?
«Sì. Attraverso i miei contatti, ma non ufficialmente. Perché dopo quel che è accaduto, questa era la linea della segreteria roveretana». 


Non è bastato, come non sono bastate tante cose. Forse non è stupita.
«Certo non sono contenta. Purtroppo il voto è netto. Valduga ha vinto perché il suo progetto politico ha convinto più di quello del centrosinistra autonomista. Questo va detto, al di là delle polemiche e dei distinguo, per onestà intellettuale. Noi dobbiamo capire come mai non siamo riusciti a convincere».


Ecco, perché non avete convinto? E prima ancora, perché ha avuto paura di non convincere?
«Dall'altra c'era uno schieramento con grande slancio e convinzione, che stava coinvolgendo buona parte dell'Upt, una piccola ma sinificativa parte autonomista con il vicepresidente della Comunità Bettinazzi e i Verdi. Era un progetto sì trasversale, ma che coinvolgeva anche parte del nostro mondo».


Ma a spaventare era la forza degli altri o la debolezza in casa?
«La coalizione aveva delle difficoltà e non per la litigiosità dei partiti. Il tema vero è che tu devi riuscire a trasmettere entusiasmo e presenza alla tua comunità».


Uno scollamento con la città, insomma. Era prevedibile e prevenibile?
«Col senno di poi, verso metà consiliaura sarebbe stata opportuna un'apertura verso questa realtà più civica, che avrebbe consentito una sorta di riappacificazione. Il tema era comprendere che la città per diversi motivi di presentava divisa alle elezioni». 


Lei della giunta Miorandi era parte integrante. Per molto tempo, uno dei perni. L'asse Miorandi Robol era evidente. Cosa non ha convinto nel vostro lavoro?
«Al netto della mia presenza, bisogna riconoscere che questa giunta, se non nelle figure di Gerola e Filippi, ha subito una sonora bocciatura. Se gli assessori non vengono premiati dal voto una domanda te la fai».


Ecco, facciamocela. Cosa è mancato?
«Questa giunta ha avuto una visione e una programmazione di lungo periodo, abbiamo messo in atto progetti di punta che rivendico, con modalità innovative. Penso alla stazione autocorriere, che sono certa diventerà parte integrante della città, ma penso anche a Gerola e al piano nella coesione sociale. Ma credo che i cittadini abbiamo bisogno anche di altro. Di presenza costante nelle associazioni, nei momenti di relazione. Il sindaco deve essere sentita come parte integrante della comunità. Da questo punto di vista, nel mondo dello sport, dell'associazionismo in quei mondi in cui le famiglie vivono la politica in termini di relazioni umane, è arrivata una bocciatura». 


La politica delle relazioni. Sembra di sentire Valduga.
«Ha proposto un progetto politico oltre le grandi visioni, ma che prediligeva un approccio personale. Loro hanno insistito su questo, capendo che questo la gente chiedeva».


Dopo il grido d'allarme, si sente più una Cassandra inascoltata, o parte del problema? Per intenderci: senza quello strappo la campagna elettorale del centrosinistra sarebbe stata più facile?
«Non mi sento né l'una né l'altro. Non è possibile ora dire se le cose sarebbero andate diversamente se quella mia riflessione fosse stata presa in considerazione. Ma sinceramente non mi sento di essere parte del problema. La sconfitta è netta: se davvero fossi in grado di muovere 2.500 voti avrei inciso molto di più. La mia era una riflessione aperta. E lo ripeto ora: Miorandi non c'entra, il tema non erano le persone, ma la riflessione politica alla base. Una riflessione che per altro anche altri avevano sollevato: prima il Patt, poi l'Upt. Questo aveva segnato le difficoltà del percorso non su Miorandi, ma su una difficoltà politica». 

Se il nocciolo più che i nomi era la politica, vien da chiedere quale sia stato a suo parere il ruolo del segretario roveretano Fabiano Lorandi.
«Al segretario del Pd feci questa riflessione più volte, non venne ritenuta meritevole di un confronto serio. Credo vada riproposta adesso. Anzi, va richiesta. Perché il tema c'è ancora ed è ancora più evidente. Va fatta un'analisi molto vera, che consenta di far comprendere che il Pd da solo non ce la fa. Non è autosufficiente, deve avere l'umiltà di capire che deve relazionarsi, in città alle amministrative è fermo al 20 per cento, non è abbastanza trasversale».
 
Il fatto che il Pd abbia retto non basta?
«Credo che ci si dovrebbe chiedere perché alle politiche, ma anche alle provinciali, il risultato del Pd a Rovereto è ampiamente più alto. Qui non si tratta di denigrare una parte piuttosto che un'altra. Ma c'è una maggior trasversalità di persone che comunque gravitano all'interno del centrosinistra. Queste stesse persone alle politiche e alle provinciali là si riconoscono. Alle amministrative no. E se è vero che la forbice è fisiologica sulle politiche, cosa dire delle provinciali? Questo devono chiedersi i circoli, a questo devono tendere. A fare quei risultati anche dove la valutazione è sul radicamento nella comunità». 


Da cosa si parte?
«Con molta umiltà e nuovo slancio di costruzione. E serve essere collaborativi nei confronti dell'amministrazione che verrà e propositivi rispetto alle nostre istanze. Bisogna dare l'idea di avere voglia di costruire e non di demolire per rancore».


Rovereto è la seconda città del Trentino. Quali gli scossoni sulla politica provinciale del voto roveretano?
«È necessaria una riflessione sulla tenuta del centrosinistra. Ma non sulla tenuta elettorale, sulla volontà di convidisione del progetto politico. È indubbio che in questo momento i perimetri del centrosinistra siano un po' labili, delle chiarificazioni devono avvenire anche in questo senso». 


Nasce oggi l'ondata civica? E fin dove arriverà?
«Io su questo riprendo le parole di Guglielmo Valduga, che in un'occasione disse che non è automatico che un progetto civico vincente a livello amministrativo funzioni anche quando lanciato sul piano più ampio della politica provinciale. Anche perché i protagonisti di quel mondo hanno opinioni politiche ben definite e riconoscibili».


Quindi è un fenomeno vincente solo all'interno dei confini comunali? 
«Credo che la buona politica abbia bisogno dei partiti. E il Pd ha tutte le carte per avviare una riflessione sana che porti ad una rigenerazione. Ci sono cose da cambiare e il cambiamento è difficile, ma bisogna costruire. Partendo anche dal fatto che con queste esperienze civiche si può dialogare. Perché all'interno del sistema valoriale condiviso che diventa progetto politico, credo possa esserci spazio per l'entusiasmo di chi vuol mettersi al servizio della comunità e viene da quel mondo civico».


Il voto ha cambiato la città, forse cambierà la politica provinciale. Come cambierà l'avventura politica di Giulia Robol?
«Non so rispondere. Io faccio politica per autenitica passione. Se ci saranno altre sfide nel futuro, pronta ad accogliere. Quanto alla segreteria provinciale, sto cercando di tenere maggior equilibrio possibile, dando un cpontributo positivo. Avvieremo una riflessione collettiva, per stabilire in che direzione andare. Non sarò qui per impormi».


Ma par di capire che nemmeno andrà via in punta di piedi. Al congresso si riproporrà?
«È prematuro. E certo non sarà una scelta mia individuale».


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