Io, pastore che spinge le pecorelle del PD

INTERVISTA A GIORGIO TONINI - Il suo primo sms serale, alla vigilia del jobs act, è perentorio: «AULA: domani da h 9.30 (numero legale) seguito Delega Lavoro. Seguirà messaggio con indicazione orario votazioni». Il secondo è perfino stentoreo: «Presenza obbligatoria senza eccezione alcuna (anche Governo).Tonini». Così, secco, come «Badoglio».
"L'Adige", 22 dicembre 2014 

 

Messaggini del «domenicano» del Pd, del cane pastore (con rispetto parlando) che ha il compito tattico fondamentale (e stressante) di convogliare le pecorelle senatoriali verso l'austera aula in cui si vota (e spessissimo si mette la fiducia): manovra essenziale per la sopravvivenza del governo Renzi , perché a Palazzo Madama il margine di vantaggio è ristretto: una decina di senatori. Manovra dunque affidata al vice di fiducia del capogruppo Zanda : ex uomo di fiducia di Walter Veltroni . Una vita fa.
Va ricordato poi che Tonini è l'unico trentino (seppur di adozione, per matrimonio con Angelia Goio ) tra i 17 della segreteria nazionale del Pd, competenze: autonomia, sussidiarietà e federalismo regionale ed europeo. 
La sua lucidità di analisi politica, accompagnata da stazza imponente, e dunque da un physique du role adeguato, pari all'autorevolezza necessaria al ruolo, è proverbiale e ricercata, visto il vorticoso ricambio di classe parlamentare Pd. Con Sergio Zavoli , è il più vecchio della squadra, anche se è un ragazzo del '59, come Dellai, ma venuto al mondo quasi 11 mesi prima.
«Non piango a stare nell'ultimo Senato elettivo della Repubblica, se così vanno avanti le riforme: ma non mi sarebbe dispiaciuta una maggiore continuità, e la permanenza di una seniority di riflessione, accanto a una Camera dimezzata», osserva, pacato.
Romano de Roma di nascita e di iniziale eloquio, poi stemperato in Adige, ma anche con qualche ascendenza veneta, il che spiegherebbe qualche etto di doroteismo che si impasta nella sua vena cristiano-sociale.
Il conteggio dei numeri della maggioranza va aggiornato giorno per giorno. Transfughi e fuoriusciti possono alterare l'aritmetica e mettere a rischio le votazioni: se l'opposizione ha dei vuoti, può infischiarsene, «se noi maggioranza abbiamo qualche buco e andiamo sotto, politicamente è un disastro». Il fattore umano può sempre alterare il gioco delle cifre. Se va in cielo la mamma di Minniti , c'è un meno 1 per lutto che va tenuto nel conto. 
Il suo studio è in un angolo appartato di Palazzo Madama, bellissimi quadri alle pareti. «Era lo studio di Leopoldo Elia», confessa in un sussurro, e capisci dunque che tra quelle pareti hanno ronzato cervelli di primordine, come quello del presidente della Corte costituzionale, poi senatore, e faro di intelligenza per il cattolicesimo democratico nazionale.
L'ex presidente nazionale della Fuci, medaglia che condivide con il suo dirimpettaio della Camera, Michele Nicoletti, mangia pane e politica da quand'era adolescente, e anche spalmando la nutella a merenda pensava alle convergenze parallele di Aldo Moro.
Prima di trasformarsi in trentino quasi da Trent (artefice, con sua moglie, del ripopolamento del centro storico: sette figli), ha inalato a dovere l'aria del cielo sopra il Quirinale, e dunque conosce tutti i siti e i riti della politica. A cena, va da sé, non va con il primo che capita, né frequenta rumorose trattorie di neofiti e peones. «Di solito ci si trova con Enrico Morando », attuale viceministro, altro proto-liberal del Pd, con cui ha scritto il libro «L'Italia dei democratici - Idee per un manifesto riformista». 
Renziano forse no («pre-esistevo a Matteo», ricorda), ma renzista sì, oggi, così come prima era appassionatamente segnista (ai tempi lontani dei referendum elettorali) e poi utopicamente veltronista (era anche il ghost writer di Walter, peraltro writer di suo). «Sono sempre stato dalla parte dei riformatori», dice con vellutato orgoglio: per cui - ai tempi delle primarie - faceva fuoco e fiamme e vade retro contro «BersaBin», che non è un belzebù né uno jihadista capitolino, ma l'ircocervo del cattocomunismo rappresentato appunto dalla congiunzione dei cattolici antipatici alla Bindi e dei comunisti simpatici alla Bersani .
Che sia ora renzista toto corde , lo dimostra l'appassionato elogio della ministra iper-renzista, quintessenza del matteismo: Maria Elena Boschi. «La sua bellezza - osserva con distacco da entomologo - le fa torto, perché ne oscura intelligenza, carattere e capacità: ministra di alto profilo».
La funzionaria del gruppo specializzata in aritmetica d'aula, Paola Izzi («la mia capa», la chiama), che gli ha portato l'ultimo aggiornamento sui numeri della maggioranza («per noi sono come i listini di Borsa», ironizza il senatore) descrive entusiasta «quel mercatino dalle vostre parti, Verona...»: neppure chi sta al fianco di sir George ha chiara la differenza tra sud e nord di Borghetto?!? che fa, il senatore, non lavora per VisitTrentino?
Lui allora ricorda nostalgico i bei tempi dell'infanzia, nella Roma non ancora infiltrata dalla mafia, anni Sessanta del boom e delle belle speranze: «Il mercatino di piazza Navona, quello sì era tipico, suggestivo. Andavamo con la mamma a comprare le statuine del presepe. Altro che oggi, involgarito dalle cianfrusaglie di plastica che invadono le bancarelle...».
Nella gara di chi più difende a spada tratta l'autonomia, @giotoni (questo il suo account) si limita a twittare saltuariamente, e non partecipa alla gara dei comunicati stampa dei suoi colleghi senatori per le autonomie: la povera Pressesprecherin Beatrice Bonelli, ieri mattina (che era sabato anche a Roma!) ha inviato via mail alle 9.42 il comunicato di Fravezzi e alle 10.43 quello di Zeller , mentre Duracell Panizza si è arrangiato col Patt, alle 11, ben 17 minuti dopo il suo capo Svp.
Ecco, Tonini è l'antiPanizza: se il noneso è frenetico, lui è flemmatico; se l'uomo di Quetta frazione Campodenno usa l'ascia, lui il bisturi. Sa che molto Tevere è passato, da quando è nata la Repubblica... E lui comunque si sente un eterno provvisorio: «Ho cambiato un sacco di uffici, in vent'anni di politica, ma non ho mai spostato un quadro o portato un soprammobile. Siamo qui di passaggio».


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