Tonini contesta sia Dellai che Rossi

Il senatore della Valsugana, Giorgio Tonini, renziano e membro della segreteria nazionale del Pd con delega proprio sulle autonomie locali, interviene nel dibattito in corso nel centrosinistra autonomista trentino in termini critici sia verso il governatore Ugo Rossi, che ritiene più importante l'asse con la Svp che con il Pd per la difesa dell'autonomia, che nei confronti delle recenti mosse di Lorenzo Dellai, il quale è stato capace di attirare mezzo Pd trentino alla sua convention.
L. Patruno, "L'Adige", 9 dicembre 2014

Senatore Tonini, cosa pensa di quanto sta accadendo nella maggioranza trentina? Che conseguenze prevede rispetto alle inziative di Rossi e Dellai?
A livello nazionale si è aperto un dibattito su una riforma radicale delle Regioni in un contesto di grave crisi dell'idea regionalista nel quale anche l'autonomia speciale del Trentino Alto Adige se non si mette in discussione e non cambia profondamente rischia la sapravvivenza. Noi dobbiamo prendere parte alla discussione nazionale e non chiamarci fuori e per questo sul piano politico penso che abbandonare i rapporti con le forze nazionali sarebbe un errore tragico. Se ci rinchiudessimo solo nella prospettiva di forze politiche meramente territoriali questo accentuerebbe il nostro isolamento e non il contrario. Noi dobbiamo continuare invece ad avere la forza e l'originalità di partiti che hanno il loro radicamento legato alla storia tirolese, ma è imprescindibile il rapporto con forze politiche nazionali a cominciare dal Pd. Mi sembrerebbe sbagliata una curvatura del centrosinistra trentino all'insegna della sua irriducibile diversità rispetto al quadro nazionale. Noi possiamo difendere le nostre ragioni autonomistiche solo se siamo parte del dibattito nazionale. Nel Pd abbiamo in segreteria due esponenti di regioni autonome come Deborah Serracchiani e il sottoscritto, poi Bressa sottosegretario, e Nicoletti che è un deputato autorevole.
Quindi lei non ritiene utile differenziare il Pd trentino rispetto a quello nazionale condividendo un progetto con Dellai più territoriale?
Ecco se la proposta è: un centrosinistra trentino che aderisce al Pd, forte della sua specificità e del suo ruolo sono contento e suono le campane. Invece, se è un centrosinistra trentino che fa concorrenza al Patt sul piano della diversità autonomistica rispetto ai partiti nazionali, penso che non ce ne sia bisogno. Non credo che sia questa l'intenzione di Dellai, forse capiremo meglio nei prossimi giorni. Io sarei contrario, ripeto, a un centrosinistra slegato dal Pd nazionale magari anche, come ho sentito, con elementi polemici nei confronti di Renzi sbagliati nell'analisi, ad esempio sui corpi intermedi.
Dellai ha attirato molti dirigenti del Pd, pensa che rappresentino quella parte del partito scontenta della linea Renzi?
Mi sembra in effetti che molti miei compagni di partito siano andati là per criticare Renzi. Spero che non sia così, ma qualche lampadina mi si è accesa: pensano che l'autonomia sia un modo per difendersi dalle riforme che vengano da Roma. È una pia illusione. Noi dobbiamo essere protagonisti del percorso di riforme.
In questo ultimo anno si è sentito Rossi, si sente Dellai, manca il Pd, lo ha ammesso anche la segretaria Robol. Perché?
Perché il Pd trentino ha fatto l'errore drammatico, invece di dare un chiaro segnale di aderire al percorso di Renzi, come anche i cittadini trentini avevano scelto, di escludere Elisa Filippi e la componente renziana dalla segreteria Pd che è stata messa nell'angolo insieme al Pd nuovo a vocazione maggioritaria, quello delle riforme.
Il governatore Rossi si è lamentato di essere stato lasciato solo dal Pd nella definzione dell'accordo di Roma. È così?
L'accordo va bene, ma è troppo barocco e di difficile lettura, perché risponde all'esigenza di mettere insieme due propagande, quella del governo e quella delle due Province, sui soldi da dare e avere. Non ha l'effetto di spiegate che non abbiamo più la condizione di privilegio del passato. Serve invece un'operazione trasparenza sulle risorse. Noi dobbiamo dimostrare di essere capaci di fare meglio e spendere meno. La questione è ancora aperta nonostante gli accordi finanziari di Milano e di Roma. Il problema non è con il governo, ma con un'idea radicata dell'opinione pubblica nazionale che noi godiamo di un privilegio. Dobbiamo convincere gli italiani che la nostra autonomia ha gestito una situazione che in altri contesti ha portato invece alla guerra (vedi Iralnda del Nord), dobbiamo spiegarlo di più. E poi, ripeto, spiegare la gestione delle risorse.


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