AUTONOMIA / Coltivare le ragioni della coesione

L'autonomia è provvisoria? Può sopravvivere alla crisi del regionalismo o federalismo, alla loro riforma? A quali condizioni? Che il regionalismo - federalismo sia in crisi, una crisi drammaticamente inedita, è sotto gli occhi di tutti. Il tracollo della partecipazione al voto in Emilia lo ha certificato in modo inappellabile.
Giorgio Tonini, "Trentino", 5 dicembre 2014


Su questo c'è voluta l'autorevolezza di un analista come Ilvo Diamanti per rimettere il dibattito coi piedi per terra: «Se molti, troppi, non hanno votato - ha scritto su "Repubblica" - è, anzitutto e soprattutto, per sfiducia e disincanto verso la classe politica e dirigente non nazionale, ma regionale». La verità, conclude Diamanti, è che gli scandali che hanno squassato tutte le regioni (compresa la nostra, con la vergogna dei vitalizi) e una più generale mediocrità di contenuti programmatici e metodi politici dei governi regionali, hanno dissolto "l'illusione federalista".
In uno scenario del genere, quando sento autorevoli esponenti della politica trentina e altoatesina, parlamentari compresi, accusare di "neo - centralismo" il governo Renzi e la riforma costituzionale approvata dal Senato e ora all'esame della Camera, mi viene da chiedere in che mondo vivano questi colleghi e amici. A Renzi si può rimproverare di tutto, non certo la mancanza di ascolto e di empatia con il Paese. E infatti Renzi aveva immaginato, nella discussione sulla riforma costituzionale, un Senato composto da sindaci, con le regioni ridotte a un ruolo marginale.

Dalla sua aveva, a quanto pare, la parte di gran lunga prevalente del Paese. Considero quindi un successo, anche personale, aver convinto Renzi, il governo e il Senato a preferire, rispetto ad altre ipotesi, la centralità delle regioni nel nuovo Parlamento. Se la riforma sarà approvata le regioni avranno, è vero, qualche competenza in meno, ma acquisteranno una inedita centralità politica e istituzionale: perché saranno parte attiva del procedimento legislativo parlamentare e godranno di potere di veto e di proposta, su questioni fondamentali.

Ci sono molte e buone ragioni, dal mio punto di vista, per sostenere questo impianto: la prima delle quali è proprio la performance di governo di molte regioni. Basti pensare alla sanità, gestita quasi esclusivamente a livello regionale e, pur con i suoi limiti, considerata una delle migliori del mondo. Se la si paragona alla giustizia, comparto statale, verrebbe da dire quanto meno che non c'è alcuna evidenza di superiorità qualitativa del governo centrale su quelli regionali. E tuttavia, è del tutto evidente che l'impianto regionalista-federalista del nuovo parlamento potrà reggere solo se in parallelo sarà avviato un credibile percorso di riforma profonda delle regioni, volto a far loro riconquistare la fiducia perduta: una riforma non solo delle loro competenze, ma della loro governance e della loro conformazione territoriale.

Venti regioni sono troppe, si dice da molte parti, troppo costose, in particolare le più piccole. Via quindi agli accorpamenti per avere meno regioni, più forti e trasparenti. In questo contesto è inevitabile che si torni a discutere sul senso della specialità autonomistica della nostra e delle altre quattro regioni a statuto speciale. Sono ancora attuali le ragioni che portarono al riconoscimento di questa diversità? Per la nostra Regione, la risposta può essere affermativa, per due buone ragioni.

La prima, fondamentale, ha a che fare con il caso di successo che noi rappresentiamo nella gestione di una complessa questione di convivenza, nel rispetto dell'unità nazionale, tra diversità linguistiche e culturali.

La seconda ha a che fare con le performance del nostro autogoverno, che ha concorso a riscattare terre povere e svantaggiate fino a portarle ai vertici d'Europa. E tuttavia, sul terreno della qualità attuale della nostra governance, agli occhi degli italiani e degli stessi trentini e altoatesini, abbiamo ampi spazi di miglioramento.

La prima buona ragione ci porta a mettere in evidenza la nostra anomalia rispetto agli altri. La seconda invece ci vede accomunati, se non nel giudizio sul cammino percorso, certo su quello da percorrere. Dobbiamo tenere insieme entrambi questi aspetti: la rivendicazione della nostra diversità sul terreno storico-culturale, si rafforza e non si indebolisce se ci dimostriamo capaci di coniugarla con la condivisione di un percorso di riforma e autoriforma con le altre regioni d'Italia, in modo da fugare definitivamente il dubbio di un'autonomia a spese degli altri.

Trentini e altoatesini hanno affidato il compito di coniugare anomalia autonomista e condivisione riformista al centrosinistra-autonomista, un'alleanza strategica tra forze nazionali e provinciali-regionali, basata sulla partecipazione alla medesima impresa politica: dare un futuro non provvisorio alle nostre comunità autonome. La complessità della fase e la delicatezza delle sfide che la nostra autonomia speciale deve affrontare consigliano di coltivare questa alleanza, rafforzandone ogni giorno le ragioni di coesione. 


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