Lo strumento per definire rotte nuove

L’acuto interrogativo posto dal Direttore Faustini, circa una possibile “provvisorietà” dell’autonomia, chiama a riflessioni non occasionali e che, da tempo, stanno peraltro già maturando dentro l’area delle consapevolezze responsabili. Certamente il domani della nostra autonomia dovrà essere diverso dallo stato attuale e da quanto fino ad oggi occorso.
Bruno Dorigatti, "Trentino", 3 dicembre 2014


Ma come e con quali modalità ciò avverrà, è dovere della politica indagarlo. Viviamo infatti una fase segnata da una crisi epocale, perché non è solo crisi economica, ma anche e forse soprattutto crisi culturale e di sistema, e cioè crisi dei valori e delle idee; dell’impegno e della partecipazione; dei riferimenti e degli interpreti; dei partiti e delle rappresentanze che non pensano e non mediano e quindi delle leadership e delle capacità delle stesse di progettare il futuro.

E tutto questo genera disagio diffuso ed inquietudini in una società, come quella trentina, che appare ancora inconsapevole della portata delle trasformazioni in corso, perché incapace di maturare comportamenti adeguandoli all’incedere della storia: ci si comporta come prima e come se nulla fosse successo, mentre la realtà è invece agli antipodi di quella che abbiamo conosciuto nel passato anche più recente.
Di fronte a questo scenario, la cui precarietà è resa ancor più acuta da evidenti carenze di progettualità, va anche preso atto del logorio degli attuali strumenti di intervento, di un dibattito politico che sembra sempre più una “guerra per bande” e della pochezza folklorica delle sole rivendicazioni sull’esistente e sulle particolarità locali.

E’ insomma ormai chiara l’urgenza di spingere lo sguardo al di là delle nostalgie del passato e delle angustie del quotidiano, riconoscendo come il rilancio del Trentino e dell’Alto Adige debba passare obbligatoriamente ormai attraverso una nuova stagione costituente e riformatrice del patto autonomistico stesso. Non si tratta più cioè di affrontare le complessità con il ricorso ancora a consolanti “gestioni casalinghe” di problemi e risorse, bensì di riscoprire un potere di progettazione del futuro non derivato dalla sola partecipazione ai meccanismi della democrazia e del sistema rappresentativo, ma fondato sul riconoscimento da parte del potere centrale delle autonome capacità di governo, in senso forte e pieno, che la nostra comunità si è guadagnata sul campo e nel tempo, per fare della stessa il luogo della sperimentazione e dell’esplorazione del domani.

Senza l’ansia dell’ignoto ed invece con il coraggio dell’innovazione, è allora in questa direzione che deve guardare l’orizzonte del terzo Statuto. Non quindi come approdo di un lungo viaggio, quanto come strumento per definire rotte nuove e capaci di orientare questa terra sulla sua collocazione: a nord secondo una profonda tradizione culturale e identitaria oppure a sud-est secondo vocazioni economiche e di mercato.

Per fare questo e per non ricacciare l’autonomia dentro i pericolosi alvei della “provvisorietà”, è necessario inoltre interrogarsi anche sulle forme della politica, che se da un lato vanno semplificate con sollecitudine, dall’altro non possono immiserirsi nelle vuote polemiche e nelle mere dispute sul consenso. Una organica trasformazione dello Statuto, in grado di spingere verso l’auspicabile direzione dell’autonomia integrale, presuppone cioè anche un adeguamento delle forze politiche al mutarsi del quadro storico, sviluppando il tema della territorialità non tanto quale richiamo a limitate visioni quantitative e di pura occupazione del potere, quanto piuttosto quale chiave di interpretazione ed organizzazione dello straordinario valore dei gruppi naturali che da sempre e spontaneamente si formano nel tessuto sociale, culturale ed economico di questa terra.

Ciò non significa affatto cancellare il nostro pluralismo e le diverse identità che lo compongono, bensì organizzare in maniera diversa l’uno e le altre, chiarendo il nesso fra potere e responsabilità, ovvero fra l’arte di governare il contingente e quella di interpretare il cambiamento. 


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