Kyenge: più lavoro e diritti, per tutti

Ricorda ancora bene, quel «Se ne torni nella giungla dalla quale è uscita» che quasi un anno Paolo Serafini le dedicò sulla propria pagina Facebook. E che al consigliere della Circoscrizione San Giuseppe San Chiara fruttò nell’ordine l’espulsione da Progetto Trentino, un’indagine per diffamazione aggravata dall’odio razziale, il processo con una ventina di associazioni parte civile (tecnicamente processo per direttissima, benché ancora in corso) e la perdita del posto di lavoro di autista della Trentino Trasporti.
P. Morando, "Trentino", 11 maggio 2014

Licenziato con la seguente motivazione, nero su bianco: «Non può sussistere rapporto di fiducia tra datore di lavoro e dipendente vista e considerata la Sua inclinazione all’apologia fascista e razzista».
Cécile Kiyenge, deputato del Pd, ministro all’integrazione nel governo Letta, spiega che non avrebbe problemi a perdonarlo «se ammettesse la gravità delle sue parole, se facesse davvero ammenda». Peccato che mai Serafini si sia fatto vivo, benché lui stesso nei mesi scorsi abbia parlato di una lettera che le avrebbe scritto nei giorni di Natale.
Così l’ex ministro: «Ho sentito qualcosa del genere, che avrebbe voluto contattarmi, ma non l’ho mai né visto né sentito, né ho visto lettere o mail». In corsa per l’europarlamento nella circoscrizione Nordest, ieri a Trento e Rovereto in tour elettorale assieme al candidato regionale del Pd Andrea Pradi (con una tappa anche all’assemblea per i 25 anni dell’Atas), Cécile Kyenge illustra le sue priorità di politica europea partendo inevitabilmente ai temi dell’integrazione. E lo fa ricordando che «nessuno emigra con l’obiettivo di dormire sotto un ponte».

Onorevole Kyenge, quando era ministro è stata al centro di polemiche e di campagne a suon di insulti. Le sembra che in questi ultimi mesi la situazione sia cambiata in meglio? I cambiamenti culturali hanno sempre bisogno di tempi lunghi. E tra le grida degli intolleranti, la maggioranza silenziosa composta da chi invece intollerante non è si fa sentire sempre più forte. Anche se, lo ricordo, io sono sempre costretta a muovermi con la protezione della scorta, perché continuo a ricevere minacce. Da ministro, avevo avviato un piano triennale contro il razzismo e la discriminazione che si traduceva anche in un rafforzamento della legge Mancino. Ma c’è da lavorare ancora molto, ad esempio nel mondo dello sport, dove come si è visto la violenza riemerge sempre più spesso. O nel settore della comunicazione. Senza ipocrisie e imbarazzi: io sono nera, non di colore.

Perché dobbiamo aver paura del significato delle parole? La Lega Nord sostiene che le sue parole e le sue idee sull’integrazione e sul diritto di cittadinanza sono pericolose.

Come risponde? Nel 2003 se ne parlò alla Conferenza di Dublino, che ora va cambiata: ma chi allora in Italia governava, i vari Bossi, Fini e Maroni, non partecipò. E oggi dicono che l’Europa ci ha abbandonato. Ecco perché è importante che oggi possa essere il Partito socialista europeo di cui facciamo parte a determinare le future politiche europee sull’immigrazione, in un quadro di rafforzamento della politica estera comunitaria.

Quindi togliendo altra sovranità ai singoli Stati? Le politiche relative all’immigrazione non possono essere gestite dai singoli governi, perché non è un’emergenza solo italiana, si tratta di un processo circolare da cui nessuno è escluso. Quindi mai più casi come quello di Ventimiglia, con i migranti bloccati al confine in territorio italiano per via del blocco disposto dal governo francese. Lo stesso per quanto riguarda il riconoscimento dell’asilo politico: servono regole comuni. Chi arriva qui arriva in Europa, non in singoli stati. E a tempo stesso chi nasce in Italia è cittadino europeo.

Politiche europee con quali linee guida? Accompagnamento dei Paesi da cui provengono i migranti in processi di sviluppo della democrazia, partenariato economico, cooperazione internazionale. In una parola, cosviluppo. E senza alimentare la paura, ma con la consapevolezza che l’immigrazione produce anche ricchezza. L’immigrazione ha però dimensioni sempre più spesso insostenibili. Chi ha fatto allarmismo si è basato su dati infondati.

Si riferisce a chi aveva parlato di 800 mila migranti in arrivo dalla Libia? Che invece, nei fatti, saranno poco più di 20 mila. Il fatto è che gli sbarchi via mare costituiscono appena il 10% dell’immigrazione irregolare: la maggior parte arriva in Italia via terra. Ma sono migranti che non si vedono e che non fanno notizia. Ma sono proprio questi che rischiano di diventare schiavi della criminalità organizzata. E comunque il Mediterraneo non deve essere gestito in un’ottica di sicurezza, ma come culla di civiltà. I nostri confini sono quelli dell'Europa.

In queste elezioni europee ad essere in gioco è anche una diversa visione delle politiche economiche dell’Unione. Da queste elezioni cambiano molte cose. Noi siamo nel Partito socialista europeo, che vuole Schulz alla guida della Commissione. Mentre il Partito popolare europeo punta su Juncker come presidente, cioè la continuazione della politica attuale. Ricordiamoci che il partito maggioritario adesso è la destra europea, quella che ha sostenuto la politica della Merkel. Noi invece diciamo: basta con il rigore, con i tagli che finiscono sempre con il riguardare prima di tutto i sistemi di welfare. Basta austerità e paura, che hanno prodotto il populismo. E più impegno sul fronte del lavoro.

In che modo? Aumentando le risorse contro la disoccupazione: ad esempio il progetto Garanzia Giovani, finanziato con 6 miliardi di euro, che dovranno però passare a 20. E poi parità salariale tra uomo e donna. E progetti di integrazione vera, come il Servizio civile europeo. Ma se sarò eletta, inizierò dal salario minimo garantito esiste in 22 dei 28 Stati membri dell’Unione: tra quelli mancanti c’è l’Italia, Paese fondatore. Anche qui servono leggi europee vincolanti. 


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"L'Adige", 11 maggio 2014

«Un'agenda di diritti che punta su giovani, donne, lavoro ed integrazione. Chi nasce in Italia è cittadino europeo. La maggioranza silenziosa del Paese è pronta al cambiamento, ed è stanca del chiasso che la minoranza rissosa ci sta imponendo ormai da anni. Lampedusa deve diventare frontiera d'Europa. La gestione efficace del fenomeno migratorio può essere soltanto a dimensione europea, in cooperazione con tutti i Paesi coinvolti».

Tappa roveretana ieri mattina per l'ex ministro dell'Integrazione Cécile Kyenge, candidata Pd per le prossime Europee. In una piazza Loreto piena (complice anche il passeggio del sabato mattina) Kyenge, presentata dal segretario democratico cittadino Fabiano Lorandi (da lui anche un affondo al premier Renzi per non aver confermato il dicastero dell'Integrazione) ed affiancata dal collega candidato Andrea Pradi, ha ribadito i concetti fondamentali della sua campagna elettorale, in questi giorni di passaggio nel Nord Est.

In una Rovereto dove, ha ricordato Lorandi, i cittadini stranieri sono il 13%, e nella fascia under 18 il 20%, Kyenge ha sottolineato come sono proprio i giovani i primi garanti dell'Europa Unita. «L'idea di chiudere le frontiere, per dei ragazzi abituati a viaggiare senza limiti tra le capitali europee, è assurda. I giovani sono stati i più penalizzati dalla crisi economica, hanno visto ridursi il lavoro per loro e andare in fumo i loro sforzi e gli investimenti fatti nello studio. Dobbiamo aumentare le possibilità di lavoro per i giovani, evitare al fuga di cervelli, consentire ai giovani di varcare la porta del loro futuro. Dobbiamo dare ai giovani l'opportunità di mettersi in gioco». «Il reato di clandestinità, da quando esiste, ha fatto guadagnare solo gli scafisti. Dobbiamo ribaltare la logica tenuta fino ad adesso: dobbiamo passare dal colpevolizzare gli immigrati ad aiutare i Paesi di provenienza dei disperati».

«L'Italia - ha continuato - si è trovata a passare da essere Paese di emigrazione ad essere Paese di immigrazione senza che la politica abbia governato questo passaggio. Ma la politica deve avere prospettive ampie, guardare al futuro, in modo da governare i cambiamenti sociali e storici. L'Europa deve essere vista come il solo modo che i singoli Paesi, Italia inclusa, hanno per pensare di poter competere con le grandi potenze emergenti del mondo». 


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